Pubblichiamo una breve rassegna stampa relativa al periodo marzo – ottobre 2008
Ecco… è caduta! L’annuncio delle microcariche mi aveva fatto pensare a un’esplosione, a una rovina verticale inglobata dal fumo della propria maceria. E invece è caduta intera, di lato, lentamente, abbattuta come si abbatte un animale morente e mi fa sorridere che lo stesso verbo, “abbattere”, si usi anche per i costi. Si abbattono i costi, si abbattono gli animali e si abbattono le vecchie ciminiere. Sono sicura che a più di qualcuno, e non a causa della polvere, ha bruciato per un attimo il respiro nel petto. Anche solo così, inaspettatamente e senza badarci troppo ed è passato subito. Ecco io vorrei partire da questo segnale del corpo, un piccolo bruciore subito ignorato o accantonato come momento di debolezza e inutile nostalgia. Quella punta di malessere leggero, lo so per certo, l’hanno avuta in dono anche i promotori e i sostenitori del progetto Cividale 3…
Si è trattato di un piccolo moto dell’anima che mi ha fatto pensare a quella vignetta di Quino in cui Mafalda con un cerotto in mano chiede “E adesso qualcuno mi dice come si fa a mettere questo sull’anima?”
E’ stato un piccolo moto causato da uno spostamento di pesi tra ciò che è giusto e ciò che lo è meno, tra ciò che è bellezza e ciò che non lo è, tra ciò che va bene e ciò che va male e ciò che andrà peggio.
E’ stato l’ultimo appigliarsi a un’immagine, quella della ciminiera, che ha fatto e farà parte del nostro personale paesaggio e che abbattendosi al suolo, grigia come un faggio secolare, ci ha fatti risuonare come cosette da nulla.
E ora, abbattute con la ciminiera le piccole saggezze del corpo, verrà smantellata tutta l’Italcementi e costruito l’annunciato ritorno al futuro.
Per me, e vorrei riuscire a dirlo chiaramente, l’area del cementificio appartiene alla stessa scala di valori dell’area dell’antico porto di Aquileia, per esempio. Ne faccio solo una questione di punti di vista situati sulla linea del tempo. Certo durante l’Impero Romano gli aquileiesi non pensavano alle pietre delle proprie strade come a una ricchezza che andasse al di là della loro utilità. Sono, a distanza di secoli, una memoria preziosa di cui andiamo fieri. Questo nostro tempo ha invece l’arroganza di decidere la scomparsa della memoria in nome di un futuro improbabile. Ha l’urgenza di semplificare radendo al suolo. Ha la cecità di proporre un futuro che, visto il progetto Qualsiasi, è previsto uguale per tutti e per questo porta un altro nome: omologazione! E qui anche vorrei essere chiara. Nel tentativo che faccio quotidianamente di allevare con bellezza le mie figlie cerco di impastare la loro origine slovena con quanto più mondo mi riesce. Cresceranno intorno alla propria radice, a una memoria collettiva che nutre e che fatichiamo a preservare ma è base per un futuro consapevole e le aiuterà a non cadere nella trappola di considerare quelle che vediamo come le uniche scelte possibili. Mi accorgo però di non essere abbastanza chiara. Voglio solo dire che rabbrividisco al pensiero che i nostri figli assistano a un’idea di futuro così come viene proposta da questo progetto. Quella cioè di un futuro che nasce dal nulla, anzi peggio, dalla distruzione di una memoria collettiva, da un deprimente senso estetico e da una anacronistica idea di architettura.
Sono partita da un piccolo moto d’animo e mi sono spinta senza intenzione in ambiti poco miei. La poesia del paesaggio non è il romanticismo degli scorci o la nostalgia folclorica dell’antico ma è quel portarsi dietro le tracce del tutto che è stato. Questo fa di noi degli esploratori pur rimanendo nello stesso luogo. Ci vuole forza per questa poesia. Allora, forza!
Antonella Bucovaz
Arrivando alla stazione di Cividale, dopo aver partecipato al XXX Congresso Geografico Italiano a Firenze, dove per tre giorni si è molto discusso attorno ai temi della geografia ed in particolare, in un intera sessione, al tema dei “Paesaggi, culture, identità” dei luoghi e degli spazi, ho visto, per l’ultima volta la ciminiera del cementificio, e ho ripensato a quanto con passione si è discusso in quella sessione.
Il senso dei luoghi, i paesaggi naturali e costruiti dall’uomo, il ruolo della memoria, gli edifici e i luoghi simbolici che costituiscono lo spazio dove noi ci muoviamo, viviamo, lavoriamo e cerchiamo di realizzare il nostro progetto esistenziale. Luoghi che hanno un nome preciso e che contribuiscono in maniera forte a determinare l’identità ed il nostro senso di appartenenza.
Il quadro che si è delineato è complesso ed articolato e vede un’Italia, dove la cementificazione avanza progressivamente e dove il dibattito sui segni del paesaggio culturale che ci racconta del rapporto delle popolazioni passate e presenti con il loro territorio, oscillante tra posizioni che tendono alla conservazione integrale ed altre in cui la conservazione è più sfumata e perseguita con altri criteri e metodologie. L’unico concetto unanimemente condiviso è quello del valore che assumono all’interno del concetto di paesaggio culturale, qualunque sia l’epoca di costruzione, i manufatti dell’uomo, che per storie e vicende particolari hanno acquisito un significato simbolico, iconico ed identitario ben preciso. La perdita di questi elementi è una perdita grave per la società che li ha espressi e per l’intera comunità sia a livello locale che a livello più generale. E’ evidente che non è possibile, se non in rarissimi casi, e molte volte forse non ha neppure senso, una conservazione integrale delle aree industriali dismesse, ma forse potrebbe essere utile, proprio per i concetti sopra espressi conservare qualche segnale, qualche porzione, qualche cosa che ricordi le vicende di quegli spazi e che permetta alle generazioni future di poter leggere l’evoluzione del paesaggio e del territorio dove vivono.
I pochi gelsi rimasti nei campi ci ricordano l’attività di bachicoltura diffusa in tutto il Friuli, i vecchi mulini l’organizzazione dei primi opifici lungo i corsi d’acqua, ma andando più indietro nel tempo, colonne romane ci ricordano gli spazi del mercato e vecchi muretti i magazzini o il laboratori artigiani che i romani avevano organizzato nelle loro colonie nell’oriente d’Italia. O ancora poche lastre di pietra incise dai solchi dei carri ci fanno percorre con la mente gli itinerari che da Aquileia e Cividale andavano oltralpe per i primi scambi commerciali. Ma anche i ruderi di fortezze e castelli ci raccontano dell’organizzazione dei borghi medioevali, e le mura delle braide ci introducono in quella organizzazione particolare che è stata quella dei borghi rurali friulani. Nessuno oggi accetterebbe che tali segni fossero cancellati, e nessuno pure negherebbe che tali luoghi hanno contribuito a disegnare e costruire il paesaggio del Friuli di oggi, figlio del passato remoto, ma anche di quello prossimo e del presente. E allora forse un piccolo segno di quello che è stato un elemento fondamentale della storia del Novecento di Cividale poteva essere conservato proprio per questa funzione indispensabile di identità territoriale e di elemento costitutivo del paesaggio culturale stesso, nei sui elementi profondi e nei suoi legami con il territorio: le cave, la teleferica, il trenino, i camion rossi di Folicaldi e tutto ciò che questo ha rappresentato per chi ha lavorato e per l’intera città.
Quando spiego agli studenti o ai pazienti uditori delle conferenze, il paesaggio del Friuli racconto della centuriazione, della curtis, del borgo medioevale e della rivoluzione che Venezia ha portato con l’introduzione di nuove colture, e poi del Catasto napoleonico e austriaco che ci racconta dei campi ma anche delle seghe da lavoro e delle ruote di mulini, e poi ancora dei primi stabilimenti industriali dentro la città, basti pensare a Udine, e poi fuori, e poi ancora dei centri commerciali e delle antenne dei telefonini, nuovi ingombranti e diffusi segni del paesaggio della contemporaneità, non sulle basi delle categorie del bello e del brutto, ma cercando di far capire cosa c’è dietro questi segni e come leggerlo con curiosità.
In questo contesto abbattere un segno rilevante come la ciminiera del vecchio Tabogàn non può essere una festa da celebrare come un evento spettacolare tra fuochi d’artificio e raggi laser –tra l’altro a due giorni dall’anniversario della distruzione delle Torri gemelle- ma un momento, se deve proprio essere fatto, da svolgere con maggior rispetto e con sobrietà, quasi in silenzio, in una nebbiosa mattina furtivamente, con la consapevolezza che si cancella dal territorio un segno importante del nostro paesaggio. La sensazione è che alla base ci sia la stessa voglia di disfarsi del passato di quella che ha contraddistinto gli anni Sessanta, con l’eliminazione di tutto ciò che sapeva del duro passato contadino, o dopo il terremoto quando con la ricostruzione si è voluto cancellare talvolta anche il paesaggio di quella stessa civiltà. Anche i luoghi della fatica, del lavoro, del dolore hanno una loro profonda dignità ed un formidabile valore per la società che li ha espressi e per l’intera comunità, che nel momento della fine non può essere deriso e trasformato in luccicante spettacolo.
Certamente oggi i mezzi per raccontare un paesaggio che non c’è più sono moltissimi e nei prossimi anni avremmo dvd, cd-rom, filmati, fotografie che ci racconteranno di quel luogo, ma si sicuramente non avranno mai la forza evocatrice e didattica di quella ciminiera che non guarderà più dall’alto quello splendido articolato e complesso paesaggio, tassello fondamentale di quello dell’intero Friuli e frutto di una società che tutti abbiamo collettivamente costruito.
Mauro Pascolini, geografo
Questa sera alle 19 a Navel, foro Giulio Cesare, incontro con proiezioni di video messaggi di Ovadia, Pressburger ed altri e performance della poetessa Antonella Bukovaz.
Il volantino ed il retro della cartolina realizzati dal Comitato per l’Italcementi.
Dopo la pausa estiva e con l’approssimarsi del fatidico 13 settembre, quando è stato annunciato l’inizio della demolizione dell’Italcementi, è opportuno che il nostro Comitato riprenda l’iniziativa.
Per fare il punto della situazione e concordare i passi da compiere è stato fissato un incontro a cui sono invitati gli aderenti del Comitato stesso e quanti desiderano partecipare e dare il loro contributo.
La riunione avrà luogo presso il Caffè Longobardo a Cividale, martedì prossimo, 2 settembre alle ore 20.30.
Il comitato costituitosi recentemente a Cividale per una approfondita discussione pubblica sul tema importante del riuso dell’area dell’ex cementificio prende atto delle dichiarazioni del dott. Lorenzo Pelizzo, presidente della Banca di Cividale, oggi proprietaria dell’area e promotrice dell’iniziativa (pubblicate sul Messaggero Veneto di giovedì 31 luglio).
Si tratta di un gesto che dimostra sensibilità verso pareri anche critici dell’opinione pubblica cittadina, ci aspettiamo tuttavia anche l’attenzione dell’Amministrazione Comunale, che sembra invece non aver ancora compreso l’importanza strategica della trasformazione urbanistica dell’area e voler mantenere la strategia della delega in bianco all’investitore privato.
La maggiore novità da parte dell’Istituto di credito sembra essere quella, proposta nell’articolo, di un affiancamento dell’architetto cinese Mi Qiu all’architetto Morena per il “piano di riqualificazione dell’opificio, limitatamente alle aree esterne”, dove dovrebbero essere collocate alcune sculture.
Al comitato appare incomprensibile come si possano conciliare tali propositi, che sembrano presupporre la conservazione delle strutture esitenti, con il progetto sin qui noto, cui il dott. Pelizzo non sembra in alcun modo voler rinunciare, né sottoporre ad approfondimento progettuale.
Non dubitiamo della competenza dei tecnici incaricati, ma dobbiamo evidenziare che le nostre perplessità culturali nei confronti del progetto sono state condivise da parecchi intellettuali di rilievo nazionale, oltre che da una parte significativa della società civile cividalese.
Vogliamo ricordare che il documento costitutivo del comitato è stato sottoscritto da Andrea Zanzotto, uno dei più grandi poeti viventi, e da molti architetti di fama internazionale, fra i quali spiccano Leonardo Benevolo, che ben conosce l’importanza del centro storico di Cividale, avendo lavorato al suo piano regolatore, Emilio Mattioni ed Augusto Romano Burelli, Presidente del Corso di laurea di Architettura di Udine .
Invitiamo dunque l’Amministrazione comunale, prima della discussione consiliare sull’approvazione del piano particolareggiato, a promuovere un confronto pubblico a più voci su tutti gli aspetti del progetto, integrando le lodevoli intenzioni espresse dalla proprietà di approfondimento dell’intervento sulle aree scoperte, affrontando i seguenti temi:
1-In che modo il progetto intende risolvere il problema delle relazioni di quanto verrà edificato con il centro storico?
2-Sulla base di quali verifiche ed analisi strutturali si è giunti a ritenere impossibile il riuso anche parziale delle strutture esistenti?
3-Le soluzioni estetiche proposte sono adeguate alle ambizioni turistiche e culturali di Cividale?
Siamo certi che la Banca saprà cogliere gli esiti di questa discussione che è fortemente sentita dalla comunità, nel cui tessuto economico e sociale la cooperativa di raccolta del credito è integrata, mentre appare deviante, malposta e quindi impropria la discussione ” filologica ” sul fatto se si tratti o meno di archeologia industriale, con criteri cronologici inadeguati alla complessità della vicenda storica.
Il contributo di un rappresentante della grande architettura dei giardini dell’Impero Celeste dovrà necessariamente confrontarsi con la nostra sensibilità, che è profondamente diversa dalla tradizione millenaria degli imperatori cinesi di distruggere tutti gli edifici costruiti dalle precedenti dinastie.Serve

